L'accuratezza media è la metrica di chi vende

«Accuratezza del forecasting migliorata fino al 50%.» Fino al 50% rispetto a cosa?

Senza il punto di partenza quel numero non misura niente. Passare da un errore del 40% al 20% e passare da un riferimento scelto male a uno meno peggio producono entrambi «50% di miglioramento», e raccontano due storie opposte. «Fino al» poi è un tetto, non una media: è il caso migliore osservato una volta, non quello che vi aspettate la settimana prossima.

Ad aprile ho scritto le quattro domande che faccio prima di fidarmi di un predittore. Questo è il seguito: perché anche quando le risposte ci sono, la media resta il numero sbagliato.

Il costo dell'errore ha una forma

Dove l'output è testo, sbagliare è quasi gratis: cancellate la frase e riscrivete. Dove l'output muove qualcosa — un ordine, un lotto, un turno, un rimborso — l'errore resta, e i conti sono asimmetrici.

Caso costruito apposta. Un classificatore smista 10.000 eventi al giorno con un'accuratezza del 99%. Sono 100 errori al giorno, 36.500 l'anno. Se gli eventi critici sono l'1% del totale — cento al giorno — e il modello sbaglia proprio su quelli il 30% delle volte, l'accuratezza aggregata resta al 99%: i 30 errori critici si perdono nei 10.000. Ma il sistema fallisce il 30% dei casi che giustificavano la sua esistenza. Trenta al giorno. Undicimila l'anno.

Eventi al giorno Errori Accuratezza
Classe ordinaria 9.900 70 99,3%
Classe critica 100 30 70%
Aggregato 10.000 100 99%

Il 99% è vero. Ed è il numero che nasconde esattamente il problema. L'accuratezza aggregata è una metrica di vanità: misura il caso medio in un problema dove il valore vive nelle code.

Le tre cose che mancano sempre

Un numero su cui contare ha tre ingredienti, e nel claim tipico non ce n'è uno: il riferimento (meglio di un forecast manuale? di una media mobile a sette giorni? un forecast ingenuo batte già molti modelli «AI»), la metrica e l'orizzonte (un errore a quattro settimane sull'aggregato e un errore a un giorno sul singolo articolo non sono confrontabili), la distribuzione dell'errore sugli elementi che pesano. Un'accuratezza media alta può nascondere proprio gli errori che fanno danno.

Un numero su cui contare è un numero che un altro può ricostruire: dataset, riferimento, finestra temporale, criterio. «Fino al 50%» non si ricostruisce. È una cifra costruita per convincere, non per essere verificata.

Cosa chiedo al posto della percentuale

Un campione di audit conservato. Non «l'accuratezza è 94%», ma: ecco 200 casi ricontrollati a mano, con la decisione del modello, la decisione giusta e il ragionamento attaccato. Un campione così non riassume, espone. Ci si chiede «dove cede» invece di «quanto spesso indovina». Lo si riapre quando cambia il modello, quando i dati si spostano, quando qualcuno contesta una singola etichetta. La percentuale invece va rifatta da capo, e fino ad allora non si sa più se è vera.

È così che lavoro. Il sistema predittivo costruito dalla mia squadra non «fa il 95%»: batte il riferimento in 18 finestre temporali su 18, su dati mai visti, con un protocollo di valutazione alla cieca e i criteri scritti prima di guardare i risultati. Le quattro ipotesi che la squadra ha falsificato — due erano mie — sono agli atti con lo stesso metodo. Non è una percentuale: è un registro che chiunque può riaprire.

La domanda che chiude

La distanza tra un'automazione che regge e una demo che colpisce sta qui: la prima vi dà gli ingredienti del numero, la seconda vi dà solo il numero. Prima di fidarvi di un'accuratezza chiedete: misurata come, su quali dati, contro quale alternativa, e — soprattutto — quanto costa l'1% in cui sbaglia, e chi se ne accorge.

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