"Il nostro modello fa il 95%": come si valuta un sistema predittivo senza ingannarsi
Quando qualcuno vi dice "il nostro modello predittivo ha un'accuratezza del 95%", quel numero — da solo — non significa quasi niente. Non perché sia falso: perché è incompleto in modi che fanno comodo a chi lo presenta. Lavoro su sistemi predittivi e ho codificato le quattro domande che faccio sempre, a me stesso prima che ai fornitori. Le racconto su un caso equivalente al mio (il dominio reale del progetto è riservato): un sistema che stima la probabilità che un pagamento non arrivi.
Prima domanda: sa ordinare o sa anche pesare? Sono due capacità diverse e quasi tutti misurano solo la prima. La discriminazione è saper mettere in fila i casi: chi è più a rischio di chi. La calibrazione è un'altra cosa: quando il modello dice "80% di probabilità", l'evento deve poi verificarsi davvero l'80% delle volte. Un modello può ordinare benissimo e pesare malissimo — e se le sue probabilità le usate per decidere (concedere un fido, fissare una soglia), è il peso che vi rovina, non l'ordine. Nel mio progetto il modello batte il riferimento di settore sulla discriminazione in 18 finestre temporali su 18; sulla calibrazione il quadro è più sottile, ed è esattamente il tipo di onestà che pretendo dai miei stessi report.
Seconda domanda: il numero viene da UN test o dalla distribuzione dei test? Il mio sistema, su un certo periodo di prova, ha mostrato un errore di calibrazione bassissimo: 0.0011. Numero da brochure. Poi l'abbiamo ricalcolato anno per anno: la mediana era dieci volte più alta, con stagioni che oscillavano da 0.006 a 0.042. Quel primo numero era una coda fortunata — vero, ma non rappresentativo. Chi vi mostra UN numero su UN campione vi sta mostrando, nel migliore dei casi, il suo giorno buono. Chiedete la mediana e gli estremi su finestre diverse.
Terza domanda: il test sta nel futuro del modello? Un sistema predittivo si valuta SOLO su dati posteriori a tutto ciò che ha visto in addestramento — e la verifica va ripetuta facendo scorrere la finestra nel tempo, addestra-sul-passato, prova-sul-dopo, ancora e ancora. Ogni scorciatoia qui produce numeri gonfiati in modo invisibile: basta una sola informazione "dal futuro" infilata per sbaglio in una variabile, e il modello sembra un oracolo finché non va in produzione. Nel mio progetto questa proprietà è verificata meccanicamente, colonna per colonna, non promessa.
Quarta domanda: i criteri sono stati scritti prima o dopo aver visto i risultati? È la più scomoda. Se esplori i dati finché non trovi un pattern e poi lo "validi" sugli stessi dati, troverai sempre qualcosa: si chiama data mining bias, e l'unico antidoto è strutturale — separare la finestra dove si SCOPRE dalla finestra dove si CERTIFICA, e mettere per iscritto soglie, criteri e numerosità minime PRIMA di guardare i risultati. Si chiama pre-registrazione. Nel mio progetto è prassi obbligatoria, e di recente ha bocciato un'ipotesi a cui tenevo molto io: i criteri erano congelati, i dati hanno detto l'opposto, l'ipotesi è caduta. Fa male il giusto, e costa infinitamente meno che scoprirlo coi soldi veri.
C'è un principio dietro tutte e quattro le domande: scegliere, dove possibile, problemi in cui la realtà ti corregge da sola e in fretta — domini dove ogni previsione riceve il suo verdetto in giorni, non in trimestri. Il feedback rapido e gratuito è il più potente strumento anti-illusione che esista: non puoi raccontarti storie a lungo, se la realtà ti risponde ogni mattina.
Niente di tutto questo richiede matematica avanzata: richiede la disciplina di farsi le domande quando le risposte potrebbero non piacere. È il lavoro. Il 95%, da solo, è marketing.